Editoriale di Marco Garzonio
In principio fu separazione. Poi vennero vita, eros, trasformazione, creatività.
«Come quando / ti rivolgesti e con la mano, sgombra / la fronte dalla nube dei capelli, / mi salutasti – per entrar nel buio»: così chiude “La bufera”, poesia di Eugenio Montale, che dà titolo alla terza raccolta del poeta, uscita nel 1956 col titolo La bufera e altro. In realtà, quei versi furono scritti tra il 1940 e il 1942 e pubblicati nel 1943 clandestinamente a Lugano: la guerra, l’antiautoritarismo, lo spirito antifascista avevano consigliato di evitare i rischi di una censura da parte del regime o provvedimenti più gravi. Anche la donna amata e lontana, alla quale la poesia era dedicata, andava protetta. Gli intimi sapevano a chi Montale scriveva: era Irma Brandeis, studiosa americana di San Bonaventura e di Dante, conosciuta da Montale a Firenze nel 1933 e da lui frequentata e amata appassionatamente fino al 1938. In quell’anno, tremendo per il Paese, Irma, di origini ebraiche, era dovuta ripartire per gli Stati Uniti; Mussolini aveva promulgato le leggi razziali. Finisterre era chiamato quel nucleo di poesie. Il distacco dall’amata aveva tutte le disperanti caratteristiche della definitiva separazione dall’amata. La poesia, la parola che si fa, il poiein che plasma, modella, trasforma sostantivi, verbi, aggettivi, che dice come la vita ebbe inizio e in immagini canta il suo corso è un approccio assolutamente speciale alla conoscenza di sé e del mondo, alle relazioni. La consapevolezza della natura creante della poesia, appunto, mi fa dire che la via della poesia è il modo migliore per introdurre il nuovo numero di Orme. Applicando il doppio sguardo su un distico di un poeta come Montale e sui contesti indissolubilmente connessi l’un l’altro (soggettivo personale, relazionale di coppia, culturale e letterario, storico, sociale) possiamo considerare e tendere il filo rosso della comprensione dei temi su cui abbiamo concentrato la riflessione di questo fascicolo della rivista che come AISPT pubblichiamo a testimonianza del lavoro di formazione alla cura, al pensare per immagini, alla riflessione critica.
Grazie a Montale, in virtù dell’energetica psichica e immaginale della poesia, con efficacia naturale si profilano tutti i temi che ci siamo propositi di mettere al centro del nostro lavoro redazionale: il “distacco” («ti rivolgesti»), la “separazione” («mi salutasti»), l’avviso della possibile Ombra incombente e della conseguente “catastrofe” («per entrare nel buio»), il pathos che s’accompagna alla progressiva presa di coscienza («sgombra / la fronte dalla nube di capelli»), la “creatività” che può nascere dal rivolgimento. Quando la vita ti porta a Finisterre, là dove la terra finisce, i punti di riferimento sfumano o non danno più affidamento, la tenuta del suolo su cui hai potuto muovere i passi con una certa dose di sicurezza traballa, proprio dove sperimenti il trauma del vuoto per qualcosa o qualcuno che non c’è più, là dove incontri la “finis” e hai coscienza del rischio di «entrare nel buio», ti si possono schiudere le porte di nuovi inizi. Finis – dice l’etimologia – è “limite”, “contorno”; in un’accezione più specifica suona anche “frontiera”. Questa accezione del termine ti intima di fermarti, di non andare oltre. Ma il simbolo contiene sempre in sé il suo contrario. Grazie a un meccanismo innato di autotutela della psiche, di promozione di sé stessi e dei rapporti, finis, ciò che contiene e che quindi sembrerebbe limitare, condizionare, vuole parimenti dire “scopo”, “intendimento”, “fine” nel senso di proposito, di tendenza, di indirizzo. É il telos greco, lo “scopo”, ciò che ci anima e ci spinge, il moto interno e ideale della coscienza, ma anche dell’inconscio. Jung vide acutamente sin dagli inizi profilarsi un tale orizzonte, quando, rivoluzionando la nozione di sogno coltivata sino ad allora dalla psicoanalisi (e da Freud in particolare) e la lettura che di questo si può dare, introdusse la categoria della “finalizzazione”. L’energetica psichica è una rivoluzione culturale oltreché clinica operata da Jung. Ed è in tale solco fecondo che Dora Kalff sviluppò il suo dire e praticare analitico. Mettendo a punto il Gioco della Sabbia la Signora Kalff mise al centro proprio la nozione di spazio, l’estensione e il limite di questo, la dinamica anche del tempo nella sua gestione e definizione. L’espressione icastica della sabbiera come «spazio libero e protetto» è un’autentica “invenzione” in Dora Kalff. É il ri-trovare lo spazio fisico e psichico che proprio perché è “contenuto” consente di toccare con mano il limite. Insieme, però, nel momento in cui sperimenti la finitudine senti nascere e prendere corpo in te la funzione immaginativa, la possibilità di contattare e di sviluppare la creatività, di puntare ad andare oltre il contingente, i confini; avverti l’attitudine a trasformare i limiti in potenziali opportunità.
Non posso non evocare un’immagine che può fungere da metafora delle ricerche e degli esiti del lavoro di approfondimento condotto per questo numero di Orme. Il Finisterre di Montale, quel «mi salutasti» ci rimanda naturalmente a un’immagine che è realtà geografica, psichica, culturale, profondamente umana, direi universale. Finisterre è anche il nome dato, in Spagna, a un paese e a un grande faro posto sull’estremo scoglio di Europa dove, fino ad un certo momento della nostra storia e delle conoscenze raggiunte, sembrava che non ci fosse che mare, l’«entrar nel buio», nel mistero, nell’ambiguità, nelle tensioni che l’ignoto istilla, tra voglia di buttarsi, osare, sperimentare e senso del pericolo, della possibile perdizione. A Finisterre termina il Cammino di Santiago. E tale Cammino rimanda alla rappresentazione del processo interiore oltreché della fatica del percorso a piedi, configura la tensione condotta sino a toccare il limite, prospetta il sogno di non doversi fermare e di potere anzi andare oltre i confini. L’immagine si completa e raggiunge quell’universalità cui la psiche naturalmente tende se amplifichiamo la considerazione e ci rendiamo conto di una realtà: il nostro stesso continente, l’Europa, oltreché che la fanciulla mitica rapita da una Zeus invaghito della sua bellezza, è una terra che a propria volta, nel suo insieme, ha rappresentato una “Finisterre” per gli antichi popoli dell’Asia. Noi eravamo (e continuiamo ad essere!) l’Occidente, la fine del cammino del sole che a sera cala e precipita dietro l’orizzonte, là dove si prospetta l’Oceano, ma il giorno successivo deve tornare a risorgere.
Occidente, Oriente, Giappone: uno dei pregi di questo numero di Orme è porre in chiave transculturale i complessi e straordinari argomenti che qualificano la rivista. Paola Manzoni, che ha il pregio di tenere da tempo i legami internazionali e di assicurarsi finestre sul mondo, porta infatti il punto di vista del Giappone sul tema dei distacchi. Lo fa con un personaggio importante, Yasuhiro Suzuki, e si preoccupa con acribia di dare la versione inglese del testo oltreché quella italiana, perché le sfumature del linguaggio, che riflettono poi culture e stati affettivi di chi le esprime, siano proposte con un buon livello di fedeltà. Un particolare del contributo propiziato da Paola va sottolineato qui. L’Oriente, e nello specifico il Giappone, hanno avuto un ruolo nella nascita, nello sviluppo e nell’affermazione della Sandplay Therapy nel mondo. L’attitudine contemplativa nel processo, il “lasciar andare” su cui si sofferma Yasuhiro Suzuki è memoria viva della vita di Dora Kalff e delle esperienze che lei ha avuto con l’Oriente e che sin dalle origini hanno trovato eco nel suo lavoro. Come è noto la Signora Kalff ha ricevuto gli insegnamenti direttamente da Daisetsu Taitarō Suzuki (1870-1966), in Giappone. Successivamente estese le proprie conoscenze ed esperienze con il Buddismo tibetano. Fa parte del patrimonio umano, culturale, spirituale del Gioco della Sabbia l’amicizia della sua fondatrice con il Dalai Lama Tenzin Gyatso. Forse solo una donna della sensibilità, della profondità interiore, della formazione come Paola Manzoni poteva evidenziare il nesso tra il femminile, il punto di vista orientale nella gestione dei legami, le originalità del lavoro psichico in rapporti ad ambienti e territori.
Quel filo rosso cui ho fatto riferimento prima è teso e provvidenziale nel connettere le parti e gli interventi del numero. Gianni Nagliero scrive un contributo sull’importanza dell’analisi personale e l’attenzione alla relazione terapeutica inconscia che tutti dovrebbero leggere e meditare, soprattutto le colleghe e i colleghi in formazione. C’è un punto dell’intervento che non posso non riportare per esteso; ecco evoca anche la sensibilità transculturale di Dora Kalff e l’impatto che un tale mantiene sulla consegna che lei ci ha affidato. Scrive Nagliero: «Ma torniamo alla Kalff: lei non guarda soltanto il bambino giocare, non si aspetta che usi questo o quell’oggetto, non cerca con ansia il momento per fotografare la sabbia, ma si dispone a “partecipare interiormente con la stessa intensità del bambino a ciò che accade davanti a lui. Quando il bambino sente di non essere solo in ogni sua pena e anche nella sua felicità, si sente libero e allo stesso tempo protetto.” (D.M. Kalff, 1998, pag. 15, corsivo dell’autore) e accosta questa situazione terapeutica a quella della prima fase dell’unità madre-figlio. Questa è una finalità importante del gioco della sabbia (come, d’altra parte, di ogni altra forma di psicoterapia seria): lavorare su sé stessi per rivivere insieme e rielaborarle, fasi complesse della vita del paziente, come quelle che hanno probabilmente determinato il trauma. Dunque, la relazione intima e profonda è alla base del lavoro della Kalff, (con un’importante connotazione religiosa, in particolare buddhista). Questa convinzione mi ha portato a dare importanza decisiva nel mio lavoro, soprattutto a quello che accade inconsciamente tra noi e i nostri pazienti. Per questo ho trovato molto utile pensare all’importanza della Relazione Terapeutica Inconscia come strumento fondamentale del fare analisi. Lo potremo vedere nel dialogo delle ultime sedute quando C. mi vive inconsciamente come un genitore trattenente, che non vuole lasciarla andare per la sua strada».
Il fantasma del «genitore [leggi anche, per i rimandi espliciti e impliciti “del terapeuta”, Ndr] trattenente» è una realtà che facendo una buona analisi e supervisioni altrettanto buone in quanto vissute con chi ha ruminato a lungo il lascito di Dora Kalff, può essere opportunamente vista dalla coppia analitica e vissuta approfonditamente. Ma prendere atto non vuole ancora dire poi riuscire a mettere in pratica. È l’eterno tema etico che attiene il senso del limite e direi anche l’umiltà dell’analista, quando con il procedere del processo analitico riesce ad essere vigile, a stare un passo indietro, a porre la giusta distanza tra il vuoto della perdita inevitabile del paziente che naturalmente se ne andrà e l’aspirazione a che dalle braci cumulate nel lavoro si attivino, le fiamme d’un rinnovato eros si attizzino, nuove energie creative si sprigionino. La fine, il distacco, la separazione – termini diversi che dicono la plasticità della psiche che si relaziona – in analisi costituiscono una risorsa se lasciano spazio a quello che con felice formula la teologia biblica ha chiamato “il già e il non ancora”. Ha scritto Giovanni nella Prima lettera (3:2): «Carissimi, ora siamo figli di Dio e ciò che saremo non è ancora stato reso noto. Ma sappiamo che quando Cristo apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è». A compensare l’affermazione di natura spirituale con il femminile adombrato dai contenuti della terra (la madre di cui il “terroso” Adam è fatto) propongo il titolo di una Mostra che Wanda Guanella (pittrice della Bregaglia di Segantini, Giacometti, Varlin): Mettere al mondo il mondo. Ritratti di donne protagoniste nella storia e nella società. I volti di quelle donne riflettono parlano.
Il «già» dell’analista è “mettere al mondo” il mondo della relazione psichica. Il «non ancora» è il mondo della coppia analitica e la terzietà che si genera dall’incontro dei protagonisti e dei loro inconsci. Non si dà più un lavoro continuativo di elaborazione della relazione; questa è stata e si è venuta trasformando nel lavoro che quei protagonisti, ciascuno per sé e nella comune appartenenza al sociale e al territorio, danno partecipando alla costruzione del mondo in progress anche grazie alla relazione analitica svolta. Giuliana Bitelli, nel suo contributo scandaglia e prospetta le nuove energie creative che il distacco innesca. «Il distacco – scrive – come l’ultimo respiro della vita, porta alla frustata della perdita, all’angoscia del non-ritorno, alla certezza dell’altra sponda. Rappresenta però anche la svolta necessaria, il vuoto che può diventare fertile, il silenzio che ingravida il dolore, il tradimento evolutivo che abbandona un passato oppressivo, frusto, inodore. La psicoterapia orienta e accompagna: quando la separazione è preceduta dalla preparazione al salto evolutivo, quando è un processo profondo di consapevolezza e scelta, quando non è un gesto di onnipotenza come la frenesia di chi vuole scappare dal chiuso della dipendenza senza avere acquisito gli strumenti per gestirla, quando non soggiace alla vanteria di capacità autonome apparenti, ecco allora noi siamo pronti a questo passaggio per essere nuovi uomini e nuove donne. Carpani [da La Stampa del 21.12.2025] cita Jung: “La notte non è quindi solo assenza di luce, ma spazio di incubazione, in cui <le immagini dell’inconscio maturano lentamente come segni della terra>”. Nel cuore dell’oscurità del vuoto, della perdita, della rinuncia cresce la luce. “Qualcosa matura nell’invisibile: l’intuizione di un nuovo orientamento, il germoglio di un sé più autentico. Per Jung <non è l’Io che produce la trasformazione, ma ciò che sorge dal profondo>”. Ogni lutto porta con sé il seme della luce. “Il mito della notte invernale è un mito di incubazione e attesa della trasformazione.” Dunque, il vuoto della perdita, del distacco e della separazione, – prosegue Bitelli – ha un doppio valore: non è un nulla, al contrario è pienezza: di cariche energetiche, di archetipi che danno impulso alla coscienza; è dalla ricchezza del vuoto che nasce la vitalità della psiche, perché esso può essere grembo che crepita di energia, giacimento infinito da cui provengono la materia e le sue forme, sostanza dinamica, vortice che smania in mezzo al petto o sorgente di libertà da cui procede ogni luce d’umano. L’enigma del vuoto del dopo distacco può essere la vertigine che non annulla ma crea. Il nostro lavoro, quello di analisti del profondo, è duro ma bellissimo».
Novità importante e piacevole di questo numero di Orme è l’annuncio che ci siam tenuti per la fine. Dalla prossima uscita Daniela Tortolani terrà una nuova rubrica dal titolo “Fiabe e miti”. Sarà un contributo di grande significato, indispensabile entro una prospettiva junghiana, che è poi la cassetta degli attrezzi e l’orizzonte clinico, culturale, scientifico cui si ispira l’AISPT, in continuità con l’elaborazione clinica e culturale dell’opera e della pratica dello Psichiatra di Zurigo condotta da Dora Kalff. Per antica amicizia e condivisione di percorsi formativi con la collega Tortolani, immaginando il “mito” che ciascuna e ciascuno dei nuovi aspiranti psicoterapeuti e analisti con le sabbie vorrà costruirsi per sé personalmente e proporre agli altri come area comune di ricerca, mi viene da sintetizzare questo editoriale riprendendo le mosse da dove siamo partiti: Finisterre: poesia e miti collegati. Ecco, immaginiamo di fissare da quel promontorio l’oceano Atlantico, avendo nelle orecchie gli echi di Montale, della sofferenza per il distacco dall’amata lontana; scendiamo dai massi posti a sostegno del grande faro e camminiamo nella sabbia in cerca delle conchiglie del pellegrino, come fanno miglia e migliaia di donne e di uomini ogni anno. In quel coro silenzioso eppure risonante di tanti sentimenti e infiniti pensieri a me viene da tracciare per Orme, per il lavoro fatto (in parte qui confluito) e per quello che verrà una filiera di espressioni che avverto generate dall’immagine della “fine della terra”:
Finis terrae,
Initium maris,
incipit ignotum,
iter instrue,
para viaticum,
accipe vitam, mulieres et homines
aequo animo discede.
L’esortazione (o la constatazione) è a sperimentare il limite: che la terra ha una e un fine. Il con-fine tra la terra e il mare (il e la fine de-finiscono, stabiliscono dei limiti ma non dividono, né separano, anzi: connettono: cum-finis), l’unione di mare e di terra è il mistero, vuoi della profondità della distesa delle acque (e delle creature che le abitano) e dell’avventura di chi vuole staccare gli ormeggi; incipit ignotum, il “non ancora” dato, né conosciuto, il cui fratello, per la psiche, è il desiderio di sapere, conoscere, sperimentare. Ma chi intende prendere il largo è bene che studi il percorso da intraprendere: iter instrue, “prepara” tutto ciò che è necessario conoscere circa le condizioni e le eventuali asperità del cammino. Lungo l’itinerario è importante poter disporre di ciò che si è apparecchiato – para viaticum – in base all’esperienza per il viaggio. Ci sarà da predisporsi lungo il cammino ad accogliere la vita per quello che è, ad entrare in relazione con le donne e con gli uomini che le sincronicità metteranno agli incroci della tua strada: in quell’accipe c’è il rafforzativo del semplice, fortuito, casuale capio, “prendere”. In bisaccia sarà da tenere pronto l’antico motto aequo animo discede, cioè «allontanati con animo sereno», allenati all’idea della libertà tua e di quella degli altri e delle altre. Questa è la vera vita: creare legami, gestirli, sapendo che separazioni, chiusure, distacchi, riallacci sono il sale dell’esistenza, quel sale che viene dal mare e che dà sapore al cammino, alla navigazione, all’avventura della vita.
