Creatività e distruttività nella separazione in adolescenza

di Gianni Nagliero.

Creatività e distruttività nella separazione in adolescenza

Parole chiave: Separazione, Kalff, Psicoterapia, adolescenza, Relazione Inconscia
 

Tutta la vita è segnata dalle difficoltà di separazione, dalla prima separazione del parto alla separazione di fine vita. Ho pensato di riprendere un caso clinico di molti anni fa: Carla, una mia paziente poco più che tredicenne, che dopo precedenti tentativi di cura falliti, è stata portata a consultazione urgente per anoressia, breakdown evolutivo con idee deliranti di persecuzione, atteggiamento catatonico con rifiuto del mondo esterno, dismorfofobia e microscrittura. Menarca a 12 anni, amenorroica al momento della consultazione. Le condizioni fisiche fecero decidere per un ricovero ospedaliero di C., nel reparto di endocrinologia pediatrica, con la consulenza psichiatrica farmacologica e la successiva possibile presa in carico psicoterapeutica, una volta dimessa.  Andai a conoscerla durante il ricovero e, anche se nutrivo poche speranze nell’accettazione della mia proposta di psicoterapia, le dissi chi ero e che avremmo potuto incontrarci nella stanza della psicoterapia per aiutarla, dato che mi rendevo conto di quanto stesse male. Restò immobile nel suo letto. Tornai a trovarla altre volte ma ogni volta le mie parole cadevano nel vuoto: Carla, che restava bocconi sul letto, sembrava non averle nemmeno sentite, anche se qualche volta notavo un suo sguardo sfuggente mentre uscivo dalla stanza. Finalmente, proprio quando stavo perdendo le speranze, si presentò alla sua seduta. La cosa mi sorprese, evocando anche in me sentimenti ambivalenti: ero contento di vedere che Carla aveva deciso di farsi aiutare ma mi chiedevo se avessi potuto veramente aiutarla vista la gravità della situazione.

 

Relazione inconscia, spazio libero e protetto, setting condiviso

D’altro canto, Jung ha segnalato, un centinaio di anni fa ormai, che paziente e terapeuta, inconsciamente si influenzano. Jung è tornato più volte su questo argomento, che a quei tempi si presentava come una grande novità, e scriveva: “L’incontro di due personalità è simile alla mescolanza di due diverse sostanze chimiche: un legame può trasformarle entrambe”; e ancora: “Nessun artificio può impedire che la cura sia il prodotto di un’influenza reciproca a cui paziente e analista partecipano interamente”; inoltre: “Il paziente esercita lo stesso, inconsciamente, la propria influenza sul terapeuta e provoca mutamenti nel suo inconscio (…) il terapeuta è in analisi tanto quanto il paziente (…) é esposto alle stesse influenze trasformatrici.” (C.G. Jung 1946, p. 80-81)[1] È a questo tipo di relazione, inconscia intendo, che cerco di prestare attenzione nel mio lavoro. La mia ambivalenza, quindi, era speculare con quella di C.: ossia, lei “occupava” il suo spazio senza usarlo, manifestava cioè il suo lontano desiderio di essere aiutata solo “tenendosi il posto” che le era stato offerto, agendo così una forte dissociazione tra il desiderio di essere aiutata e il desiderio di restare malata, continuando ad usare le sue modalità difensive autodistruttive. Con questi aspetti erano in sintonia anche le mie fantasie: desideravo aiutarla, ma avvertivo anche una sorta di rifiuto ad assumermi un compito così gravoso. Finalmente, un giorno andò alla sabbiera e, in silenzio, fece la sua prima sabbia: una scena di vita paesana. Fui sorpreso quando, dopo il solito lungo silenzio, iniziò a parlare: “Io non sono di qui (ossia di Roma). Vengo da un paesino in campagna…lì stavo bene, ma un signore ha convinto i miei a trasferirsi… stavo bene lì…giocavamo coi cugini…avevo cinque anni.” “Iniziammo” a lavorare con la sabbia:[2] C. entrava, faceva la sua sabbia in silenzio, e come era entrata, così se ne andava; oppure, a volte, si fermava sulla porta aperta, guardava e poi scappava via dicendo: “Voglio andare da mamma.” Mi venivano fantasie di inutilità e timore, ma continuavo la terapia ripetendomi che C. non faceva altro che fare quello che per definizione un paziente può fare, nel “setting condiviso”, (G. Nagliero W. Grosso, 2008 pp.477-482). È questa idea forte di condivisione che permette alla coppia terapeutica di creare un clima di fiducia nella terapia. Ma, che tipo di lavoro si propone di fare la Kalff, coi suoi pazienti? “Io mi sono perciò proposta il compito di stabilire per il bambino nella terapia uno spazio libero e allo stesso tempo protetto nell’ambito del nostro rapporto” (D. M. Kalff, 1966, p.15, corsivo dell’autore). Strettamente legata all’idea di spazio libero e protetto (che è una bella e condivisibile immagine di lavoro terapeutico) è citata l’importanza della relazione. Non può esistere un tale spazio al di fuori di una relazione profonda che lo protegga e lo alimenti! La Kalff lo dice chiaramente perché inserisce questa precisazione sostanziale: “nell’ambito del nostro rapporto”. Nel corso degli anni, lavorando con la Sandplay Therapy, abbiamo forse sottolineato troppo l’importanza degli aspetti ludici “concreti” (come l’uso di certi oggetti, la posizione degli stessi nella sabbiera, gli spostamenti da un posto all’altro, l’uso di una o più sabbiere, la fotografia e così via) aspetti che pure hanno un senso, ma possono indurci a trascurare l’attenzione alla relazione profonda con il nostro paziente. Un trucco che il nostro conscio usa per evitare implicazioni inconsce angoscianti. La frase della Kalff citata sopra esprime un concetto chiaro: si può lavorare terapeuticamente con la Sandplay Therapy “nell’ambito del nostro rapporto”. Ossia riflettendo su quello che “accade” inconsciamente nell’incontro con il nostro paziente: ma come possiamo “conoscere” qualcosa di “inconscio?” È una contraddizione in termini! Ne possiamo prendere coscienza soltanto dai suoi effetti nella relazione terapeutica, ossia sulle sensazioni, fantasie, sintomi, lapsus, sogni, e così via che emergono nelle nostre terapie. Langs, (R. Langs, 1988) riprendendo S. Freud, li ha ridefiniti “derivati dell’inconscio”.

 

Relazione terapeutica inconscia e relazione transferale

A questo punto mi interessa chiarire la differenza sostanziale tra l’attenzione alla relazione terapeutica inconscia (RTI), la relazione transferale e l’interpretazione verbale della stessa. In breve, si può dire che l’attenzione ai vissuti profondi, percepiti e sognati nella relazione inconscia, serve all’analista per prendere coscienza di quanto accade a un livello che potremmo definire preverbale o, con un’espressione più attuale, a livello dell’emisfero destro, ma non prevede necessariamente una interpretazione verbale della relazione transfert/controtransfert. La RTI è rappresentata dagli aspetti inconsci (non solo fantasie, sogni, lapsus, agiti ma anche sintomi somatici, stati dell’umore come rabbia o tristezza, percezioni sensoriali, vissuti particolari non sintonici e non elaborabili e così via) che accadono nella relazione col paziente, rivelando quindi la qualità della relazione inconscia terapeuta-paziente. È su questa che l’analista deve “lavorare analiticamente” soprattutto su sé stesso. Storicamente invece, l’attenzione alla relazione transferale era finalizzata all’interpretazione (“interpretazione di transfert”) che, soprattutto negli anni di fine secolo scorso, in casi estremi, assunse valenze addirittura persecutorie nei riguardi dei pazienti.[3]

Ma torniamo alla Kalff: lei non guarda soltanto il bambino giocare, non si aspetta che usi questo o quell’oggetto, non cerca con ansia il momento per fotografare la sabbia, ma si dispone a “partecipare interiormente con la stessa intensità del bambino a ciò che accade davanti a lui. Quando il bambino sente di non essere solo in ogni sua pena e anche nella sua felicità, si sente libero e allo stesso tempo protetto.” (D.M. Kalff, 1998, pag. 15, corsivo dell’autore) e accosta questa situazione terapeutica a quella della prima fase dell’unità madre-figlio. Questa è una finalità importante del gioco della sabbia (come, d’altra parte, di ogni altra forma di psicoterapia seria): lavorare su sé stessi per rivivere insieme e rielaborarle, fasi complesse della vita del paziente, come quelle che hanno probabilmente determinato il trauma. Dunque, la relazione intima e profonda è alla base del lavoro della Kalff, (con un’importante connotazione religiosa, in particolare buddhista). Questa convinzione mi ha portato a dare importanza decisiva nel mio lavoro, soprattutto a quello che accade inconsciamente tra noi e i nostri pazienti. Per questo ho trovato molto utile pensare all’importanza della Relazione Terapeutica Inconscia come strumento fondamentale del fare analisi. Lo potremo vedere nel dialogo delle ultime sedute quando C. mi vive inconsciamente come un genitore trattenente, che non vuole lasciarla andare per la sua strada.

 

Sabbia e sogno

Torniamo alla terza seduta: C. costruisce con cura una sabbia rappresentando un porto, con alcune persone che sembrano correre sul molo a vedere un evento particolare: una barchetta in mare, senza remi, con un neonato sopra…

“Mi piace il mare, disse, ma questo è un lago dove tutti vanno a prendere l’acqua per le loro case…un signore che dà l’acqua a tutti…la dà…la regala”. Poi aggiunge: “Ho sognato che ero andata a fare un viaggio da sola con i miei genitori”, che immediatamente mi richiamò Winnicott (D. Winnicott, 1974) e la sua interessante espressione: “la capacità di essere solo in presenza della madre” come segnale di autonomia del bambino.  La sabbia, come più volte ripeteva Dora Kalff, esprime anche un progetto. In quel momento però la sabbia di C. mostrava la sua situazione estrema di impotenza e di pericolo (il piccolo bambino nella barca alla deriva), ma percepiva anche che l’unica possibilità di salvezza potesse essere riposta in una figura onnipotente di terapeuta, che tutto risolve. In quel momento C. ha accettato, sempre inconsciamente, l’aiuto per vivere meglio: di crescere cioè, non andando alla deriva con una probabile fine traumatica, ma con l’aiuto di un “signore che dà l’acqua a tutti”. La considerazione che mi preme fare è che C., dopo aver agito le sue parti rifiutanti e distruttive, può prendere coscienza e mostrare anche il desiderio profondo di essere aiutata da un terapeuta che contiene (e che si contiene, affidandosi alla propria modalità di lavoro, e, perché no, al “deo concedente” di cui parla Jung). È qui che il gioco relazionale inconscio si complica: se l’analista non lavora su sé stesso per “accogliere”, ma senza immedesimarsi in esso, il ruolo di salvatore che la paziente gli attribuisce e di cui ha bisogno per sopravvivere, non fa probabilmente un buon servizio né alla paziente, né a sé stesso. Deve invece poter fare quel lavoro di autoanalisi che per Jung rappresenta la metà del lavoro dell’analista.[4]. È nel momento in cui ha deciso di fare la sua terapia che C. ha potuto accettare il rischio della separazione e della crescita, sentendosi in un luogo “libero e protetto”, con regole chiare e condivisibili, ed è in quel momento che il terapeuta a sua volta ha accettato, un po’ più consciamente della sua paziente, come è giusto che sia, il rischio di imbarcarsi con la neonata Carla, in una barchetta piccola e senza remi (e questa è l’asimmetria della relazione terapeutica che fa il paio con la simmetria dei diritti e  doveri propria del setting condiviso).

In una situazione come questa, o come altre situazioni dove emergono sensazioni ed emozioni forti, ricordo, a me stesso, che entrambi non facciamo altro che rispettare l’accordo iniziale tra noi: “Questo è il nostro spazio, che abbiamo accettato di condividere, il nostro orario di 45 minuti, puoi fare il gioco della sabbia, puoi dire o non dire quello che vuoi…”.

 

La separazione dalla terapia, ovvero il controtransfert archetipico in azione contro la gioia della crescita

Siamo a quasi tre anni dopo. C. ha fatto una quindicina di sabbie durante il primo anno (alcune volte ha mosso e “lavorato” la sabbia senza lasciare un “quadro” finito) poi ha utilizzato sempre e solo il “verbale”. [5]Da qualche tempo C. ha iniziato a manifestare il desiderio di smettere di venire in terapia. Si sente bene ora, dice, e vuole provare a vivere senza il mio aiuto. Mi sento stranito: “Ma come – penso – così presto? Non è ancora pronta, potrebbe avere una ricaduta”. Per chiarire quanto premesso all’inizio di questo breve lavoro, vorrei evidenziare come in queste ultime sedute, per C. il dispiacere della separazione lascia il posto alle gioie per il nuovo mondo che le si schiude davanti. Allo stesso tempo il terapeuta viene “posseduto” dal ruolo di genitore negativo che, come Crono, vede con terrore crescere chi lo spodesterà. Più semplicemente entra nella ruota della vita dove la crescita di C. “costella” il proprio declino! (G. Nagliero, W. Grosso, 2008 pp.426-437).

C. torna dopo un’assenza e dice: “Non sono venuta perché…a dire la verità…ho preferito uscire con un’amica”.

Terapeuta (T): (Mi fa piacere la sua sincerità e lo trovo un elemento che denota la sua crescita e sicurezza), ma mi trovo a chiederle: Come mai precisi “a dire la verità”?

C.: “Perché lei non mi crederebbe…come mia madre”.

T.: Continuo ad essere reattivo e, riprendendo un discorso già fatto in passato le dico che forse è lei che da un lato non si sente creduta, e con un tono più comprensivo le ricordo che aveva preso un impegno a venire regolarmente in terapia.

C.: “Si è vero…ma ora mi sento bene, sento di avere meno bisogno di venire”.

T. Penso che sia un buon segno che lei confermi il suo impegno preso, ma da un lato sono preoccupato perché considero prematura la fine della terapia, e le dico: “Come tempo fa, quando ti senti meglio pensi che tutto vada bene e vuoi smettere di venire, ma noi abbiamo concordato di parlare del desiderio di smettere di venire prima di decidere quando chiudere la terapia”.

C. Un silenzio…che rivela la frustrazione di C. per parte (o per il tono?) del mio intervento che forse non solo richiama giustamente una nostra regola, ma fa emergere anche il mio rifiuto inconscio di vederla cresciuta e in cammino verso l’autonomia. Infatti, come ricordando qualcosa C. dice: “Mia madre mi fa sempre raccomandazioni…troppe raccomandazioni…ma io ho una testa sulle spalle…”

T. Penso che C. mi stia comunicando che mi comporto come una madre, vecchia e trattenente che non vuole lasciarla andare per la sua strada. Poi C. continua: “Mio padre ha altri gusti musicali…a lui piacciono le canzoni melodiche, a me la musica di oggi”.

Penso che C. parli di sentirsi e volersi differenziare senza distruggere i “gusti musicali” del padre/terapeuta, ossia ne riconosce la diversità ma la distingue dai propri gusti. Poi aggiunge: “Voglio fare una festa alla fine della terapia…è dipeso da lei che mi ha aiutato ma un po’ è dipeso anche da me che ci ho messo la buona volontà”.

T. Faccio un commosso gesto di assenso.

Poi C. prosegue dicendo che a scuola ora va bene…che scherza con i ragazzi e ricorda un amico di suo padre che le era molto simpatico…ma ora scherza con suo figlio, coetaneo, e infine dice che quando parla con le amiche un po’ grassottelle le sconsiglia di fare la dieta, che non le capiti di stare male come è capitato a lei, e così via…

Traduco per me tutti questi discorsi come comunicazioni sue profonde che mi fanno pensare che sia veramente pronta a smettere di venire, come poi è stato, dopo il tempo concordato.

 

Separazione: aspetti positivi e negativi

La separazione dai genitori, di cui stiamo parlando, comporta il passaggio a una vita autonoma, dunque un aspetto evolutivo, entusiasmante pur se con dispiacere e ansie rispetto al “come andrà?” Dare risalto, in queste situazioni, solo alla parte negativa della separazione può derivare dalla tendenza inconscia dell’adulto a scoraggiare i desideri e le speranze dei ragazzi che procedono verso la crescita e l’autonomia. “Come mai così presto?” mi chiedo quando la mia paziente parla del suo desiderio di smettere la terapia. Tendo ad agire il ruolo di genitore per cui l’autonomia dei figli arriva sempre troppo presto e prima che siano veramente pronti…ma questo è anche un aspetto archetipico, come detto. Da quando mondo è mondo succede così! Dunque, il terapeuta si trova a dover lavorare su sé stesso. E torniamo all’importanza di un adeguato lavoro di analisi personale (che, purtroppo oggi ha sempre meno importanza nell’iscrizione alle scuole di formazione professionali). Riprendendo la storia della nostra paziente, possiamo notare come un evento (il trasloco) assume un vissuto catastrofico: la bambina sente che le piomba addosso qualcosa di incomprensibile, deciso da altri (il suo racconto parla di “un signore che aveva convinto i suoi a traslocare”), con la perdita di relazioni importanti (la famiglia allargata) di spazi (da una casa grande a un piccolo locale dove “stavamo stretti”).[6] Manca la partecipazione di Carla anche perché probabilmente è mancata l’elaborazione dei genitori e con i genitori. Nelle sedute conclusive Carla parla di qualcosa di diverso ed elaborato: il trauma del trasloco viene associato al suo ingresso nell’adolescenza, e al diverso modo di entrare in relazione con i coetanei, e attribuisce anche a sé stessa, con l’aiuto del terapeuta, la capacità di vedere negli eventi inizialmente negativi anche soluzioni vitali: “Grazie a lei… ma anche grazie a me”.

 

Sunto

L’A. si è proposto condividere le sue riflessioni sulla separazione: nell’infanzia con il trasloco e la perdita di ogni relazione affettiva, poi all’inizio dell’adolescenza come trauma patogenetico che porta la ragazza ad ammalarsi e a richiedere aiuto e infine in occasione della conclusione della terapia. In particolare, l’A. si sofferma sulla relazione terapeutica inconscia nell’incontro tra la paziente e il terapeuta sia all’inizio della terapia, quando C. utilizza il gioco della sabbia di D. Kalff, sia nel dialogo analitico delle ultime sedute.

 

Bibliografia

  • Jung C.G. (1946), Opere, Volume 16, Boringhieri
  • Kalff D. M. (1966), “Il gioco della sabbia e la sua azione terapeutica sulla psiche”, OS Firenze-Zurigo
  • Langs R. (1988), Interazioni, Armando Edizioni, raccomandata la prefazione di G.Trombi
  • Nagliero G. Grosso W. (2008), Analisi in età evolutiva, Vivarium
  • Samuel A., Shorter B., Plaut F. (1987), Dizionario di Psicologia Analitica, Raffaello Cortina
  • Searles H. (1968), L’ambiente umano e non umano nel normale sviluppo e nella schizofrenia, Einaudi
  • Winnicott D. (1974), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Edizioni

 


[1] Vedi anche la voce “Analista e Paziente” nel Dizionario di Psicologia Analitica” di A. Samuel, B. Shorter, F. Plaut, Raffaello Cortina Editore, 1987

[2] Con il corsivo intendo sottolineare che la sabbia che il paziente crea è anche un prodotto “relazionale”, che attinge cioè all’inconscio di entrambi.

[3] Credo che anche per questo la Kalff disse di “non essere interessata al transfert/controtransfert” durante una comunicazione personale in corso di supervisione (a Zollikon il 20 marzo 1983), aggiungendo peraltro che se io fossi stato interessato avrei fatto bene a sviluppare questo mio interesse.

[4] È una delle riflessioni fondamentali di Jung che ha portato all’obbligo dell’analisi didattica, di controllo, per chi volesse fare l’analista: C.G. Jung, Vol. 16, pag.123 e segg.

[5] Trovo imprecisa e limitata, oltre che svalutante, la definizione dell’analisi classica come “terapia della parola” o verbale: la parola, come il silenzio o altre modalità comunicative, esprime la qualità dell’incontro inconscio.

[6] Per chi fosse interessato a studiare l’influenza di questo argomento sullo sviluppo umano consiglio H. Searles, L’ambiente umano e non umano nel normale sviluppo e nella schizofrenia, Einaudi 1968

 

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