di Giuliana Bitelli
Distacco e separazione nel corso della terapia analitica
Introduzione
L’etimologia della parola “distacco” ci porta a incontrare il prefisso dis- (che indica separazione o allontanamento) e taccare (segnare con una tacca, focalizzare, distinguere) che si associa al verbo latino cernĕre (separare, distinguere). Con essa intendiamo divisione, allontanamento, separazione, partenza, commiato. Tralasciamo qui il senso, incluso nella parola, della difesa personale ed emotiva (indifferenza, disinteresse, freddezza, impossibilità, insensibilità) che qui ora non consideriamo, così come l’accezione del vantaggio secondario racchiuso nell’obiettività. Intendiamo il distacco con un significato distinto dalla separazione non tanto per il vissuto che li accomuna, in genere dolore, malinconia, nostalgia, rabbia, perdita, rincrescimento, ma per la dinamica che presuppongono: la separazione è un processo spesso lento e complesso, fatto di tanti step; il distacco è il momento fugace e momentaneo in cui la separazione prende corpo: l’uccello che prende il volo si stacca in un attimo e ciò è possibile per tutto ciò che si è sviluppato prima, molto prima. Gli ambiti in cui noi viviamo distacchi e costruiamo separazioni sono davvero infiniti, dal personale al sociale, dall’infantile all’adulto, dal politico al privato, dal materiale allo spirituale, dall’emotivo al concreto, dal relazionale all’individuale, nell’accensione del conflitto, nel passo estremo dalla vita alla morte, nell’attimo cruciale della nascita… e mille altri. Vogliamo qui vedere il distacco nell’ambito della terapia analitica, considerandolo come momento chiave di svolta della terapia, in senso evolutivo e di svincolo. La dipendenza sappiamo essere generalmente necessaria a ogni individuo: al neonato dal latte materno o al bambino dall’adulto che lo sostiene nei suoi primi passi, al malato dalle medicine e dalle cure, all’adulto dal suo tutor quando inizia un lavoro nuovo. Ma la dipendenza, come molti autori sostengono (Klein, Bowlby, Spitz, Mahler, Winnicott, Erikson e molti altri), è una fase che si trasforma in autonomia. Non può restare tale, e il soggetto non può continuare, se non in casi particolari e per problemi di sviluppo e di evoluzione, ad avere gli stessi bisogni: sono necessari attrezzatura ed equipaggiamento nuovi che gli consentano di risolvere i suoi precedenti limiti di ordine psicologico o emotivo, professionale, fisiologico, genericamente di competenze. Focalizziamoci dunque su ciò che accade nel rapporto terapeuta-paziente, nel loro (in genere) lungo intervallo tra la conoscenza e l’addio, e cerchiamo le tessere che andranno a comporre il puzzle della ricostruzione della storia del paziente, dalla dipendenza al distacco.
Quando la terapia funziona, in genere le tappe che scandiscono il tempo all’indietro per raggiungere il distacco sono all’incirca quattro: il paziente si fa conoscere e inizia a narrare qualche brandello di sé, scoordinato e frammentato, cercando di “remare” alla meglio sui motivi che lo hanno spinto in terapia; il paziente prende fiducia sull’ascolto che riceve dal terapeuta e allora capisce che può rovesciare tutto il suo dolore sulla tavola del lavoro comune: esso dunque può scatenarsi come un torrente in piena e all’insaputa di un obiettivo diverso dall’uscire fuori per alleggerire il sacco; il terapeuta inizia un ascolto più mirato e coordinato, inizia con le sue ipotesi (non sempre espresse), lancia delle proposte di lettura, azzarda delle prime -e poi successive- chiavi di analisi: si apre allora la fase dell’esplorazione guidata e finalizzata, la scoperta di nuove lenti per guardare il mondo e il lavoro di ristrutturazione inizia, si scava e si ricostruisce là dove si credeva fosse tutto statico e definitivo; infine la storia prende la piega della preparazione alla separazione, alla conclusione del lavoro a quattro mani quattro occhi e due cuori: ci si prepara a lasciarsi, a provare a camminare sulle proprie gambe. Questo quarto passaggio può essere più o meno lungo, più o meno condiviso.
Ad esempio, un paziente ha avuto un insight sulla fine della relazione e ha sentito urgente staccarsi ed evolversi: “devo stare nudo, autentico e libero, di fronte al mio nuovo Sé”. Altre volte invece il paziente fa fatica a concepire il distacco e la vita senza terapia, per cui si lavora anche mesi e mesi per trovare il coraggio di fare il salto dello stacco. Altre volte ancora il paziente è “impaziente”, freme di poter vivere senza il compito delle sedute, il “dovere” delle presenze, la ritualità del rivedersi; preme l’acceleratore e lascia anzitempo la terapia, salvo di lì a poco magari “farsi male” e tornare con la coda fra le gambe a chiedere di rientrare nel seminato… Forse abbiamo conosciuto pazienti che proiettano sul terapeuta la figura del persecutore e del rifiutante: essi fuggono dalla terapia come pericolosa o tossica senza accorgersi di essere ancora nella loro trappola di vita segregata nelle paure. Noi stessi qualche volta, di fronte alla partenza dei nostri pazienti, ci siamo sentiti “costellati” di declino, rifiuto, inutilità e abbiamo messo freni al distacco. Ma lo stacco è necessario, è vitale: ci si abbraccia con la commozione di chi si separa con dolore ma con la gioia di chi ha svolto il compito esistenziale di aver intuito, costruito, immaginato il Senso, quel Senso che ci trascende. Allora, possiamo dire sinteticamente che il nostro lavoro di psicoterapeuti analisti è un continuo lasciare andare, un ripetuto lasciar partire, legarsi e slegarsi, salutare e separarsi, accompagnare un sempre nuovo qualcuno alla sua completezza e poi lasciarlo, un guidare alla separazione della coppia terapeuta-paziente come tempo di rinascita e vita. Saremo noi terapeuti a favorire il distacco finale come garante dell’autonomia dell’altro, una volta dipendente e bisognoso. Come si è appena detto, ciò implica anche un lavoro di autoanalisi profonda da parte del terapeuta circa i suoi vissuti controtransferali di “fine corsa”, di inutilità, di perdita di ruolo, di uscita di scena: vissuti più o meno coscienti ma in ogni caso influenti sul processo di separazione e sul distacco finale dal paziente. Proviamo ora a considerare due aspetti del distacco della coppia paziente-terapeuta, intrecciati fra loro: il momento di superamento del legame di alleanza e la fine della dipendenza, il momento dei saluti e della conclusione dei lavori, la chiusura del “cantiere”; oltre a questo momento più esteriorizzabile, ce n’è un altro più interno e profondo: è il compimento del percorso individuativo da parte del paziente, il raggiungimento della coscienza di sé, la ricostruzione delle proprie parti interne, prima sofferenti e asfittiche, ossigenate dopo.
Vignetta clinica 1: la separazione evolutiva dal terapeuta
La prima esemplificazione clinica disegna un paziente, Marcello, e la sua evoluzione e autonomizzazione, dopo una buona alleanza terapeutica. Marcello è un artista pittore, uno scrittore di brevi romanzi, un insegnante di Yoga, un aspirante spirituale: una persona che ha una grande capacità di auto-osservazione in dialogo profondo con sé stesso. Cerca uno spazio in cui fare ricerca ancora più profonda e soprattutto desidera una guida accanto che possa suggerirgli punti d’ombra e di luce che lui non riesce a vedere: sogni, quadri di sabbie, relazione con la madre giudicante, col padre noncurante, con la sorella invidiosa, ricordi della giovinezza squinternata sono i campi di lavoro e di esplorazione. Acquisisce strada facendo una coscienza sempre maggiore sulla sua storia in ombra, e scopre un senso nuovo circa i suoi temi nodali. La sabbia della svolta: un bambino nato con accanto il pane e la frutta, circondato dalle molte facce del femminile, con di fronte tre rappresentanti del Puer: Trikster, Piccolo Principe e Mowgli; il pavone della bellezza, gli alberi saldi dalle radici profonde e tenaci; i cerchi colorati della danza e delle rinascite continue. Marcello è pronto per separarsi da me e per fare il salto del distacco, ha contattato un Sé nato con la ristrutturazione di sé stesso e la riparazione-rinarrazione della sua vita. Può ora “tradire” in senso evolutivo la nostra alleanza, può romperla come dipendenza, può staccarsi e partire col suo treno.
Vignetta clinica 2: la trasformazione delle strutture di base e interne profonde.
Vincenza appartiene a una classe sociale umile. I genitori, rinunciando a propri desideri e sicurezze, come l’acquisto della casa e sfizi quotidiani come il cappuccino al bar o il parrucchiere a Natale, scelgono di far studiare la figlia, la quale conquista i vari step scolastici con facilità, fino al raggiungimento della laurea. Questo successo rappresenta per Viola sia l’emancipazione sostenuta dai genitori stessi, sia il momento di irrigidimento sulla fedeltà alla posizione di partenza della famiglia: Viola non è pronta al salto di status sociale perché emotivamente resta inconsciamente fedele alla madre rappresentativa del suo conflitto di crescita e di distacco dalle origini
Non è la laurea che riesce a spingerla a volare verso una professione di docenza universitaria e di ricerca ad alti livelli scientifici. Lei è incatenata alla lealtà inconscia[1] verso la madre, verso la quale prova sensi di colpa quando si permette semplici piaceri. Per sancire la sua lealtà alla condizione di origine a cui sono radicati i genitori, sceglie di lavorare in una scuola elementare, rinnegando così il suo nuovo status conquistato con i propri sacrifici di studio, ma soprattutto non onora anzi profana i sacrifici economici dei genitori. Il lavoro terapeutico le offre la coscienza della sua condizione di “esule dallo status di origine” e del rispetto che meritano il suo lavoro e gli investimenti dei genitori.
Grazie alla sabbia del fiume e delle due sponde prende coscienza che lei è già di là, non può tornare indietro. Accetta allora di fare un concorso pubblico per un posto all’Università, lo vince e conquista la sua nuova posizione sociale-professionale, con la coerenza emotiva che prima non c’era. Accetta profondamente che la madre resti sulla sua sponda e trova modi per comunicare con lei, senza svilirla e nemmeno rimproverando sé stessa della “slealtà familiare”. Viola fa un percorso di lenta emancipazione che la porta al distacco finale dalla propria fedeltà alla madre intesa come simbolo delle origini modeste -inizialmente da non tradire-. Ma soprattutto Viola si distacca finalmente dalla convinzione di appartenere alla condizione di semplicità e sacrificio privativo: opera il tradimento emancipativo, base necessaria al distacco e alla partenza per una vita nuova. Sarà docente universitaria e ricercatrice di fama non solo nazionale.
Vignetta clinica 3
Andrea studia medicina, ottiene ottimi risultati, ha un successo formativo consolidato dal riconoscimento. Ma la sua zona d’ombra, che dopo molto tempo di analisi porta finalmente in terapia, lo incatena a una condizione che inconsciamente lo definisce come sporco, vizioso, indegno di rispetto. La medicina del corpo avrebbe dovuto curare quel suo angolo buio, cancellare le tracce dell’ignobile ma la psicoterapia gli dà coscienza che la cura del corpo fisico non è sufficiente per una trasformazione più profonda. Il salto del distacco dall’illusione che sia possibile “cancellare” le ferite antiche arriva dopo un processo di esplorazione delle zone rimosse e sprofondate e di immersione coraggiosa nella sua parte ignobile: Andrea alla fine riesce a operare il distacco dalle seduzioni tentacolari di un erotismo individuale e compulsivo e soprattutto dalle fantasie di conquista della madre attraverso una sessualità violenta, unico modo fantasmatizzato, depositato in lui fin dall’infanzia. Andrea riesce a staccarsi, dopo un lungo processo individuativo, da quel sogno di facile potenza incontrastata e approda a un rapporto con la madre e con le donne finalmente all’insegna del dialogo e dello scambio affettivo.
Un sogno rivelatore gli dà l’accesso al femminile semplice, a portata di mano, senza minacce di attacco e violenza:
“Lui barricato in una soffitta, aspetta. L’attacco di nemici che stanno scalando un camino alto e stretto che porta in casa dove Osvaldo è rifugiato e dove teme le incursioni del nemico. Ma ben presto, e sicuramente prima dello sfondamento della porta da parte loro, individua una porta nel suo rifugio: la scopre perché semplicemente si apre: compare la sorella che è salita comoda dalla scala del palazzo ed entra serena senza nulla sospettare: saluta con affetto il fratello e tutto si svolge nella naturalità e semplicità.”
È iniziata per il paziente la nuova era del femminile a portata di incontro e dialogo, è finita l’epoca del femminile sadico da violentare per una “conquista sicura”. Ecco, i nemici sono sconfitti senza battaglia diretta ma con la pratica di un altro, nuovo, rivoluzionario incontro col femminile salvifico. Lui lascia felicemente e con grande sollievo, distaccandosene, la paura di prima e la costante sensazione di essere sotto attacco e minaccia. Sceglie di traslocare il suo impegno di studio sulla psicoterapia eleggendola ad ambito in cui coltivare gli strumenti per “cicatrizzare” il dolore e non svaporarne la presenza e realtà come avrebbe fatto con la focalizzazione sull’organico. Andrea opera un distacco profondo dalle sue vecchie dinamiche schiavizzanti d’origine, dalle illusioni di salvezza, si emancipa verso una vita nuova concepita all’insegna della Relazione profonda e dal Senso condiviso. Oggi è un uomo dalla sensibilità raffinata sulle immagini del profondo. Vincenza e Andrea progettano la loro psiche attraverso sogni e sabbie, costruiscono il loro nuovo Sé, processano una lunga individuazione che comporta la lenta e graduale separazione dai vecchi modelli psichici, operano il distacco finale dalla terapeuta e partono per la loro vita nuova, forti sulle proprie gambe, nutriti di nuovo equipaggiamento e di nuove chiavi di lettura della loro vita profonda, godono di questa aria nuova che possono respirare solo in seguito alle varie tappe evolutive fino alla concreta partenza finale.
Conclusione
Il distacco, come l’ultimo respiro della vita, porta alla frustata della perdita, all’angoscia del non-ritorno, alla certezza dell’altra sponda. Rappresenta però anche la svolta necessaria, il vuoto che può diventare fertile, il silenzio che ingravida il dolore, il tradimento evolutivo che abbandona un passato oppressivo, frusto, inodore. La psicoterapia orienta e accompagna: quando la separazione è preceduta dalla preparazione al salto evolutivo, quando è un processo profondo di consapevolezza e scelta, quando non è un gesto di onnipotenza come la frenesia di chi vuole scappare dal chiuso della dipendenza senza avere acquisito gli strumenti per gestirla, quando non soggiace alla vanteria di capacità autonome apparenti, ecco allora noi siamo pronti a questo passaggio per essere nuovi uomini e nuove donne. Carpani[2] cita Jung: “La notte non è quindi solo assenza di luce, ma spazio di incubazione, in cui <le immagini dell’inconscio maturano lentamente come segni della terra>”. Nel cuore dell’oscurità del vuoto, della perdita, della rinuncia cresce la luce. “Qualcosa matura nell’invisibile: l’intuizione di un nuovo orientamento, il germoglio di un sé più autentico. Per Jung <non è l’Io che produce la trasformazione, ma ciò che sorge dal profondo>”. Ogni lutto porta con sé il seme della luce. “Il mito della notte invernale è un mito di incubazione e attesa della trasformazione.”[3]
Dunque, il vuoto della perdita, del distacco e della separazione, ha un doppio valore: non è un nulla, al contrario è pienezza: di cariche energetiche, di archetipi che danno impulso alla coscienza; è dalla ricchezza del vuoto che nasce la vitalità della psiche, perché esso può essere grembo che crepita di energia, giacimento infinito da cui provengono la materia e le sue forme, sostanza dinamica, vortice che smania in mezzo al petto o sorgente di libertà da cui procede ogni luce d’umano. L’enigma del vuoto del dopo distacco può essere la vertigine che non annulla ma crea.[4] Il nostro lavoro, quello di analisti del profondo, è duro ma bellissimo.
[1] Boszormenyi-Nagy I. e Spark G.M. (1973): Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Astrolabio, Roma 1988
[2] Docente presso il Carl Gustav Jung Institut di Zurigo
[3] Da La Stampa 21.12.2025: Felice solstizio d’inverno. Il giorno più giusto per guardarsi dentro.
[4] Da Questo vuoto d’intorno. Smarrirsi, raggiungersi. Torino spiritualità, XXI edizione, 15-19 ottobre 2025.
