Mariarosa a Brera

di Paolo Ferliga

Ho conosciuto Mariarosa nel 1998 alla scuola LiSTA di Milano, dove teneva alcune lezioni sulla Sandplay Therapy e un seminario sul colore, senza sapere, allora, che dieci anni dopo sarebbe diventata la mia “analista delle sabbie” accompagnandomi per sette anni in un percorso di crescita e formazione professionale, successivo alla mia prima analisi personale. L’incontro con Mariarosa, come sanno tutti coloro che l’hanno conosciuta, era particolare. Sembrava che lei incarnasse nel corpo, nei suoi vestiti, nel modo di muoversi e di parlare, nel suo sorriso, nell’argento della sua voce, i colori che ti insegnava a vedere nella sabbiera. Gli occhi poi, di un azzurro profondo che talvolta si tingeva di nero come i suoi capelli, emanavano una luce brillante che trasmetteva sempre un senso di gioia e voglia di vivere.

Seguendo il suo corso sul colore, dove ci divertivamo a disegnare e dipingere senza preoccuparci del risultato del nostro lavoro, ma dedicando attenzione ai sentimenti e alle emozioni che i diversi colori attivavano in noi, ho costatato la sua capacità di far rivivere, nelle immagini che man mano comparivano sui fogli, la teoria del colore di Goethe a cui, dal punto di vista teorico, faceva costante riferimento. Alcuni anni dopo ci siamo visti qualche volta a Zollikon, da Martin Kalff. Ricordo in particolare una sua splendida lezione sul rapporto tra autolesionismo e body art, con particolare riferimento alla scena artistica e patologica degli Stati Uniti e ricordo le sue intuizioni sugli sviluppi che quei fenomeni avrebbero presto avuto in Europa.

Quando dunque ho sentito la necessità di continuare il mio percorso di formazione personale attraverso la tecnica della Sandplay Therapy, mi è sembrato naturale chiedere a lei se mi poteva seguire, o meglio guidare in questo nuovo cammino. Ho iniziato così i miei viaggi a Sarzana, dove Mariarosa riceveva i suoi pazienti, partendo abbastanza presto al mattino da Brescia per essere da lei verso le 10.

Le Alpi Apuane che si presentano alla vista dopo aver iniziato la discesa della Cisa, mi sono sempre sembrate la cornice ideale per il laboratorio psicoanalitico di Mariarosa, un laboratorio incastonato tra il bianco del marmo e l’azzurro del mare. Lì, come ricordava lei, veniva Michelangelo a scegliere di persona il marmo da cui avrebbe liberato i corpi delle sue statue. Forse anche da lui Mariarosa aveva imparato a liberare le immagini che vivono dentro la materia.

Da lei ho imparato l’importanza di mettere in gioco il corpo nella terapia, sia come paziente sia come terapeuta. Partendo dalle mani, che manipolando la creta sentono il variare della forma e della temperatura e imparano così che la materia è viva, fino ad arrivare a mettere in gioco tutto il corpo, con la respirazione e nella danza.

Mentre giocavo con la sabbia talvolta Mariarosa accendeva la musica, così anche la vibrazione dell’aria, il suono, entrava nel processo creativo e terapeutico.

Devo molto a Mariarosa, anche per alcuni suggerimenti importanti che mi ha dato, per il mio lavoro e per la vita. Ho pianto per la sua morte e mi manca, ma non riesco a ricordarla se non nella gioia.

Brescia primavera 2017
Paolo Ferliga

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