Attualità del pensiero e delle proposte di Rosy Napoliello. Testimonianza di un incontro.

Di Eleonora Tramaloni

Ho conosciuto Rosy, più intimamente, nell’ultimo tratto della sua vita. Ossia a partire dal 2014, quando mandò una mail agli associati per chiedere chi volesse partecipare ad incontri sul tema delle “nuove patologie” ed io risposi perché mi pareva interessante. Ricordo che quell’estate venni operata per un problema ortopedico ed ancora un po’ titubante nella camminata, ma sollevata dall’aver superato l’intervento, raggiunsi lei ed Emilia Canato nello studio di Rosy per incontri che si svolsero circa una volta al mese a partire dall’ottobre del 2014 sino all’estate del 2016 (furono una dozzina, in tutto). Nel primo incontro dell’autunno del 2016 la ritrovai con un cappellino grazioso, che mi fece subito capire che stava subendo un trattamento chemioterapico; poi la malattia prese purtroppo il sopravvento e furono possibili solo contatti telefonici, sempre intensi, una sola volta drammatici, perché almeno quella volta si consentì di dire quanto forte era la sofferenza che provava.

A questa breve testimonianza non voglio dare però solo la connotazione emozionale di una perdita. Abbiamo perso la persona, la collega, ma abbiamo con noi le tracce di un percorso iniziato che possiamo portare avanti, come fermamente mi ha stimolato ad immaginare Emilia che subito sentì la motivazione a proseguire la riflessione, in primo luogo per stima, rispetto ed amicizia nei confronti di Rosy.

Nel rivedere il materiale che abbiamo raccolto nel periodo, fatto di articoli e dispense in particolare sulla tematica borderline e relativi aspetti clinici, l’attenzione mi è andata all’articolo “Dall’alchimia alle neuroscienze”, che al momento possiedo solo in lingua inglese, perché ricavato dall’americano Journal of Sandplay Therapy, vol. 22, n°1 del 2013. È uno scritto complesso, che occorrerebbe studiare bene direttamente in italiano, per non perderne le sfumature. In questo momento voglio condividere le motivazioni di fondo espresse in prima pagina perché, pure a distanza di tempo, mi trovano assolutamente concorde. Riassumono i concetti principali di tale incipit: Napoliello afferma, come analista ed esperta di Sandplay, che oggi abbiamo davanti a noi un compito che definisce arduo, quello di mettere i pazienti in condizione di poter giocare. I riferimenti, come si può immaginare, sono a Winnicott e allo stesso Jung. Oggi questo compito è urgente, ella dice, perché siamo testimoni di un singolare paradosso. La società edonistica spinge le persone verso la realizzazione immediata del piacere che sottrae all’individuo ogni dimensione simbolica: l’uomo fluttua, come dice Recalcati in L’uomo senza inconscio, nell’ambito di un’esistenza efficientistica, animata solo da un istinto imperativo ed acefalico, senza ancoraggio nella dimensione simbolica. È un uomo senza desiderio, perché il desiderio implica mancanza, dunque tensione tra opposti rispetto a cui il simbolo tenta di aprire la porta di una più profonda integrazione, quella in cui sappia emergere il daimon individuale. Pensiero occidentale da un lato, con la sua visione iperrazionale, e società dei consumi dall’altro, in cui l’uomo esprime solo bisogni, spogliano in sintesi l’uomo della sua capacità di giocare e di vedere la propria storia svolgersi come nella trama di una commedia. Rispetto a questa complessa questione Napoliello effettua le successive considerazioni dell’articolo su due fronti: da un lato ne trae implicazioni di ordine clinico; dall’altro recupera il valore del portato delle evoluzioni recenti fornite dalle neuroscienze.

È un momento del mio percorso di terapeuta in cui questa intuizione del momento che viviamo mi colpisce nettamente per la sua acutezza. Noto ad esempio che nell’ambito della stessa mia attività (privata, svolta in due studi con pazienti molto diversi per età e condizioni socioeconomiche), la questione della scissione tra coscienza ed inconscio è molto estesa. Pur non avendo un numero alto di casi molto gravi, stimo che due terzi almeno delle persone che vedo presentino certamente una sofferenza psicologica medio/alta, insieme ad una altrettanto alta incapacità di integrazione tra Conscio ed Inconscio che si osserva dal tipo di seduta che è possibile effettuare e dai metodi di lavoro che il soggetto è disposto a far propri.

I percorsi analitici, svolti da personalità nevrotiche, stimolati da una sistematica attività di analisi dei sogni o, nel caso del Sandplay, da un’evoluzione lineare di immagini indirizzate alla progressiva integrazione Io/Sé, sono una nicchia, mentre prevalgono percorsi molto più caotici, spesso molto più lunghi ed anche più drammatici o rischiosi per la coppia terapeutica: quelli ad esempio compiuti con i soggetti borderline o sofferenti di disturbi di personalità. La maggior parte dei terapeuti, dieci anni fa, era ancora largamente impreparata ad accogliere questa realtà: si riteneva di prima classe il percorso nevrotico e si consideravano gli altri percorsi di … seconda classe, sino al punto di presentarli con titubanza se non con vergogna nelle discussioni casi o di attribuirne il presunto disvalore alla propria incapacità. Grande merito dunque di Napoliello di avere dato rilievo al cambiamento nei fenomeni in atto in ambito psicoterapeutico e di avere avviato lo studio della specificità del contributo del Sandplay alle applicazioni ai cosiddetti (con termine aspecifico) “casi difficili”, vedasi gli incontri di Firenze degli ultimi anni.

Il paradosso terapeutico si presenta in particolare, io penso, nel caso del paziente adulto. I bambini ed i ragazzi hanno spontaneità nell’accogliere la funzione del gioco anche nei suoi aspetti terapeutici, almeno quando non sono dominati essi stessi dalla tecnologia distribuita e dai social. L’adulto è ancora più imprigionato; cito nuovamente la frase di Rosy: “il compito arduo di mettere il paziente nella condizione di poter giocare”. Sicché spesso è richiesto un confronto attraverso la parola che non sempre riesce a ristabilire il collegamento con il simbolo come elemento di rielaborazione, mentre l’aspetto incisivo sul piano terapeutico starebbe nella dimensione dell’accesso all’inconscio su un livello preverbale, che però rischia di rimanere confinato in un angolo dello spazio tempo a disposizione, e quindi di non avere efficacia. L’estensione del tema della scissione tra Conscio ed Inconscio ci sta forse convincendo che è arrivato il momento di mettere in soffitta le opere ed i metodi della visione junghiana e poi kalffiana, per dar spazio alle terapie cognitivo-comportamentali o ad un’accezione solo relazionale della psicoanalisi? Io non lo credo, ma penso che i tempi richiedano una consapevolezza del fare e proporsi come terapeuta molto forte.

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L’AISPT, espressione italiana della International Society for Sandplay Therapy ISST, si occupa di formazione, ricerca, condivisione di esperienze e conoscenze sulla psicologia con il metodo del Gioco della Sabbia, all’interno di una rete internazionale che facilita lo studio, la discussione specialistica e lo scambio tra i terapeuti. La Sandplay Therapy fornisce un linguaggio simbolico anche a chi non ha parole per esprimere il proprio malessere, consentendo di rappresentare il mondo interno così come si è costellato.

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