La cura dell’angoscia primaria attraverso il simbolo della maschera nel Sandplay

di Linda Cunningham, PhD

ISST Congress 2013

The Mask:
The Play of Hiding or Revealing in a Changing World

Oggi vorrei parlare del ruolo della maschera per la sopravvivenza psicologica dell’individuo, e delle angosce primarie di attaccamento che emergono quando la sopravvivenza è minacciata. Mi concentrerò su determinati ambiti relazionali in cui emergono angosce primitive, focalizzandomi soprattutto sul campo “persona-restoring” (Goodheart, 1980), e in seguito illustrerò brevemente un caso di Sandplay in cui la maschera è stata utilizzata ripetutamente durante il processo di trasformazione delle angosce primarie. Prima di tutto diamo uno sguardo ad alcuni dei significati simbolici della maschera.

La maschera è un oggetto numinoso, che ci può terrorizzare, confondere, stupire o far sorridere. Ci tocca profondamente. È minacciosa e incute timore, ed è un precoce tentativo di connessione con inspiegabili e antitetiche forze più grandi del nostro piccolo Io. Allo stesso tempo, la maschera è la quintessenza simbolica della nostra umanità: la maschera fa parte di quasi ogni cultura, in ogni parte del mondo, e il suo ruolo è stato estremamente importante per lo sviluppo dell’uomo. La maschera e i rituali a essa connessi conferiscono sicurezza in un mondo imprevedibile e pericoloso: grazie ad essi l’uomo ha potuto esprimere e manifestare le proprie emozioni in momenti di gioia, di dolore e di logorante incertezza. La funzione simbolica della maschera ci aiuta a tollerare l’intollerabile negli inevitabili momenti di transizione della nostra vita: in questi casi la maschera funge da ponte, sostiene l’uomo nella gestione della tensione tra vecchio e nuovo, buono e cattivo, salute e malattia, vita e morte, conosciuto e sconosciuto. Ci dà modo di mediare ed esprimere le nostre relazioni interiori nel mondo esterno. La maschera ci aiuta a metterci in contatto con la natura, con le nostre parti istintuali, con i nostri desideri spirituali più profondi. Fa da parafulmine per l’energia cosmica, e allo stesso tempo fa da scudo all’anima e ci protegge dalla totale esposizione quando siamo più vulnerabili. “Masks symbolize our ability to change, to transform, to go to other worlds, to appease the spirits” [Le maschere sono simbolo della nostra capacità di cambiamento, di trasformazione, di viaggiare verso altri mondi, di placare gli animi”] (Nunley & McCarty, 1999, p. 15). La maschera ci invita a un cambiamento di consapevolezza.

Nel suo significato più profondo, lo scopo della maschera è la sopravvivenza dell’uomo. Un modo per sopravvivere è adattarsi al cambiamento. La maschera ci esorta al cambiamento – evoca e porta avanti processi di transizione, trasformazione e trascendenza.

Sono tre i requisiti essenziali che accompagnano quasi sempre la maschera. Il primo è la relazionalità. Quando si è soli, raramente si usa una maschera – qualcuno deve vederla.

In secondo luogo, una maschera deve essere danzata, o incarnata, poiché fa è parte delle tradizioni culturali e dei rituali tribali. Quando la maschera si incarna e gli altri possono vederla, energie consce e inconsce si uniscono, e ci conducono al gioco. Il gioco è il terzo requisito.

Osservando le immagini di danzatori mascherati, possiamo notare come il mascheramento renda il corpo un tramite della celebrazione e della trascendenza relazionandosi con gli altri uomini. In questo modo, il non-conosciuto si trasforma in realtà incarnata, e diventa quindi psicologicamente più gestibile. Il cambiamento psichico avviene. Ci lasciamo alle spalle il vecchio e accogliamo il nuovo.

Sopravvivenza

Per almeno 30.000 anni, gli uomini hanno “danzato la maschera” per entrare in contatto con forze soprannaturali che li aiutassero a sopravvivere. Le immagini primitive ritrovate nelle grotte de Lascaux ci trasmettono un senso di caos e paura – e allo stesso tempo di contenimento e gestione a livello spirituale di queste angosci sentimenti angosciosi – attraverso lo stupore che proviamo guardandole.

La prima maschera: la maschera dello Sciamano

La prima rappresentazione a noi nota della maschera si trova nelle grotte di Lascaux. Si tratta di una figura maschile, riversa, che indossa una maschera a forma di uccello e accanto ad essa un bastone intagliato a forma di uccello (Nunley e McCarty, 1999). Si ritiene che le maschere fossero inizialmente utilizzate dallo sciamano per mediare tra il mondo reale e quello soprannaturale. In questo contesto, la maschera porta con sè la capacità di distaccarsi dalla condizione umana, o, in altre parole, di “morire” in altri “stati” (Eliade, 1964, p. 93), e, in questo modo, di trasformare sia il Sé interno sia il mondo esterno.

Quando la percezione della realtà cambiava, proprio come avveniva durante i viaggi sciamanici, la maschera forniva una protezione. Il cambiamento è inevitabile e terrorizzante, esattamente come la reale possibilità di morire; il momento di adattamento al cambiamento era spesso accompagnato dall’estasi durante la danza rituale della maschera (una forma di spettacolo solenne).

Perciò il rituale della maschera faceva in modo che l’inaspettato emergesse dall’inconscio, permettendo all’uomo di danzare tra la sfera divina, quella umana, quella animale e quella ancestrale (Nunley & McCarty, 1999).

Gli antropologi sottolineano come la maschera sia un punto di transizione, che sia l’inizio di un’impresa o il passaggio attraverso una soglia (Napier, 1986). La maschera ci fornisce un mezzo grazie a cui interno ed esterno possono essere vissuti come un tutt’uno. Simbolicamente essa aiuta l’uomo a restare saldo e a mediare in situazioni di vita conflittuali, aiutando a prevenire danni alla psiche in momenti di cambiamenti repentini. La maschera ci aiuta a rafforzarci attraverso la connessione con il mondo spirituale.

Forse è questo il motivo per cui in molte culture possiamo ritrovare le maschere funerarie. Di fronte a un cambiamento improvviso, quale può essere la morte, è necessario un mediatore: il passaggio deve essere facilitato. La maschera è un’immagine presente in ogni cultura e fornisce al collettivo la stabilità necessaria durante i cambiamenti rischiosi.

Napier (1986), un antropologo, afferma che:

The transforming role of masks is most dramatic in their connection with the greatest paradoxes of all—that is, with creation and destruction, birth and death. In these most moving and difficult of all transitions, the use of masks illustrates the continued attempt to confront irreconcilable contradictions. For example, funerary rights…formalize sudden changes—literally leaps or jumps—of state. (p. 18)

[Il ruolo trasformativo delle maschere è più marcato quando entrano in contatto con il più grande paradosso in assoluto – e cioè con la creazione e la distruzione, la nascita e la morte. In questi due momenti di transizione così toccanti e difficili, utilizzare le maschere è un continuo tentativo di mettere a confronto contraddizioni inconciliabili. Per esempio, i diritti funerari…formalizzano gli improvvisi cambiamenti – letteralmente balzi in avanti o salti – di stato.]

In questo modo la maschera media la relazione tra l’Io e il Sé.

Vorrei fare ora un salto in avanti nella storia, per arrivare all’utilizzo della maschera nel teatro.

Le maschere teatrali ci offrono sia lo svago sia la connessione spirituale, dal momento che rappresentano ed esagerano le parti recitate dagli dei e dagli uomini. Queste maschere hanno aiutato gli uomini a “recitare le immagini di noi stessi più profonde” (Nunley & McCarty, 1999, p.16), e ci ricordano che le parti che noi recitiamo nella vita sono simbolicamente maschere di un dio.

Nel teatro greco classico – in cui la maschera era un elemento essenziale – “l’atto stesso di indossare una maschera e trasformarsi in un altro personaggio era considerato una forma di venerazione” (Nunley & McCarty, 1999, p. 231). In greco la parola maschera è, ovviamente, persona.

Quando noi pensiamo alla Persona, da un punto di vista psicologico, la identifichiamo con la maschera “sociale”, il mediatore tra l’Io e il mondo esterno. Jung riconosce la “ricca interazione tra la Persona e l’Anima…” (Hopcke, 1994, p. 14). Quando la nostra Persona è adatta al contesto, è ben integrata con l’Anima.

Una Persona fragile e il campo “persona-restoring”

Sappiamo tuttavia che ci sono momenti in cui la maschera sociale non è ben integrata con l’Anima. Guardando questa maschera proveniente dall’antica Puglia possiamo vedere l’immagine della paura paralizzante, che ci ricorda cosa si nasconde dietro a una Persona troppo rigida. Quando le nostre angosce non sono abbastanza contenute e alleviate nella prima infanzia, si trasformano in ombre infauste sempre presenti sul muro della caverna interiore della psiche. Quando l’Io è costretto a svilupparsi troppo presto, si può formare una Persona falsa e fissa che riveste una funzione protettiva. Quando ciò accade, in psicoterapia emerge il campo “persona-restoring” (Goodheart, 1980). Nel campo “persona-restoring”, una Persona forzata e fragile diviene maschera delle angosce primarie. Se però viene rafforzato il legame Io-Sé, la persona diventa più flessibile e meglio integrata con l’Anima.

Vorrei parlare adesso dei “quattro campi relazionali archetipici” nel Sandplay (Cunningham, 2003, 2004, 2005, 2006, 2013), concentrandomi sul Campo Uno, che può essere considerato il campo “persona-restoring”.

I campi relazionali sono energie relazionali mescolate e co-create che si costellano nella relazione umana. I quattro campi relazionali insieme abbracciano il territorio del conscio e inconscio condiviso tra paziente, terapeuta e Sé, nel Sandplay. Questi campi sono fluidi e coinvolgono sia stati esperienziali diversi, sia diversi modi di gestire l’angoscia. Il nostro obiettivo è attivare tutti e quattro i campi nel Sé, e far scorrere in modo più fluido le energie attraverso i campi. Tuttavia, quando abbiamo a che fare con traumi relazionali precoci, le energie psichiche potrebbero bloccarsi, e queste energie bloccate potranno essere sperimentate in terapia attraverso la qualità del campo relazionale stesso.

Farò una breve introduzione per ognuno dei quattro campi relazionali archetipici. Potete trovare una descrizione dettagliata di questi concetti e un diagramma del “Sé relazionale”, e dei quattro campi relazionali a esso collegati, in Sandplay and the Clinical Relationship (Cunningham, 2013).

Campo Uno: il campo dell’unità originaria/della fusione, contiene il nucleo somatico del Sé. Questo campo ci porta dentro i nostri corpi – o fuori dai nostri corpi attraverso la dissociazione – e comprende sempre un’esperienza sensoriale. Questo è il campo in cui le nostre angosce più precoci sulla sopravvivenza psicologica si costellano in terapia. Quando questo si manifesta questo campo, le immagini nella sabbia sono aride e incoerenti. Il Campo Uno è un campo “persona-restoring”.

Campo Due: il campo della dualità e della rottura, è il nucleo emozionale del Sé, un luogo di sentimenti profondi. Come il Campo Uno, il Campo Due è un campo di traumi relazionali precoci e angosce primarie, in cui il terapeuta può sentirsi attaccato, sia verbalmente, sia energeticamente. Le immagini nella sabbiera sono spesso cupe e caotiche, e possono anche sconvolgere o traumatizzare il terapeuta.

I campi Uno e Due sono campi di danneggiamento relazionale precoce e angosce preverbali.

Il Campo Tre è il campo dell’unità differenziata e dello spazio transizionale, in cui il materiale simbolico scorre liberamente, e paziente e terapeuta fanno entrambi esperienza di un significato profondo e un chiaro movimento verso l’integrità. Questo è il campo di cui solitamente si parla nella letteratura sul Sandplay, probabilmente perché il Sandplay spesso attiva questo campo.

Il Campo Quattro è il campo del numinoso, ed è costantemente presente nel Sandplay. Nonostante ciò esso può emergere in maniera più evidente nei momenti trascendenti, o quando il Sé si costella.

Ora torniamo al Campo Uno e a un caso di Sandplay che illustra il lavoro terapeutico svolto.

Il Campo Uno è il campo in cui l’angoscia primaria e i trauma precoci irrisolti si possono manifestare come dissociazione e attraverso controtransfert somatici, spesso con quadri di sabbia aridi o sconnessi. C’è un senso di disconnessione nel campo relazionale e nel Sandplay.

Il Campo Uno comprende il campo “persona-restoring” (Goodheart, 1980) e la posizione contiguo-autistica (Ogden, 1994), in cui si cerca di essere rassicurati rispetto ai confini corporei del Sé. Il livello di dissociazione in questo stesso campo ci fa percepire una mancanza di contatto con il paziente e con noi stessi; perciò si parla di questo campo anche come campo della “mancanza di contatto”. Qui potremmo imbatterci in parole o sabbie ricche di contenuto, ma prive di sentimenti e apparentemente senza significato. Il significato va piuttosto ricercato all’interno del campo stesso.

La Persona in realtà funge da contenitore o maschera per le angosce primarie. Quando emerge il Campo Uno, questo può significare che per superare il trauma relazionale precoce, il paziente ha strutturato una Persona di un certo tipo, spesso una maschera sociale scollegata che rappresenta un confine corporeo di protezione, per comunicare al mondo “Vedi, sto bene, sono integro” – o addirittura “Sono perfetto. E quindi sono degno di essere amato”. Si potrebbe anche restare ancorati a tutto questo, nel senso di una identificazione con la Persona. Anziché essere integrata con un senso del Sé più profondo e una valenza emotiva, una Persona inflessibile solitamente cela sotto di sé l’angoscia. Il terapeuta sperimenterà un’angoscia mascherata o una dissociazione nel campo e dovrà prestare attenzione alla propria rêverie per dare un significato a quell’esperienza.

Così è successo con la mia paziente “Claire”. Spero, ora, di riportare in vita le emozioni del Campo Uno e di riuscire a spiegare il profondo lavoro che potrebbe essere necessario in una situazione di questo tipo.

Un caso: la maschera e l’angoscia primaria

Questo caso, che ho intitolato “Lavorare nel corpo della madre”, mostra come il simbolo della maschera abbia aiutato a trasformare l’angoscia primaria di Claire. Claire ha lavorato metaforicamente nel nuovo corpo materno rappresentato dalla sabbia e dal corpo della sua terapeuta. Le sue angosce si manifestavano in lei, in me, e tra di noi, come nel Campo Uno. In questo campo, noi come terapeuti utilizziamo la nostra rêverie per aiutare i pazienti a trasformare le angosce legate a esperienze precoci difficili da tollerare.

Introduzione

Questa maschera, immagine della paura cristallizzata, è il simbolo del mio lavoro con Claire. Claire, 29 anni, soffriva di una forte angoscia e di dissociazione, a causa di una precoce deprivazione materna: era stata vittima di incuria psicologica ed emotiva da parte di entrambi i genitori, e successivamente di un trauma sessuale. Come sua terapeuta, ho potuto sperimentare – sia visivamente, attraverso il Sandplay, sia somaticamente attraverso il mio controtransfert – la trasformazione del suo intollerabile grido silenzioso in immagini ed emozioni ricche di significato. Il simbolo della maschera ha facilitato questa trasformazione.

Il processo terapeutico di Claire

Claire amava venire in terapia. Diceva che la terapia era la sua “ancora di salvezza”. Mi attendeva sempre impaziente – restando in piedi nella sala d’attesa, senza sedersi. Pensavo che fosse “ansiosa di iniziare”. Claire si toccava spesso il viso, come se stesse controllando se fosse ancora lì[1]. Questo è indice della posizione contiguo-autistica (Campo Uno, che comprende il campo “persona-restoring”). Stava esplorando i propri confini corporei, nella speranza che la stessero contenendo ancora.

Era tormentata dalla sua infanzia, dai suoi genitori, dal suo lavoro, dal suo capo critico nei suoi confronti, e il suo disperato bisogno di produrre qualcosa di artistico. “Devo essere una vera artista”, continuava a ripetere. “Devo essere creativa”. Nella sua identificazione della Persona come artista, credo stesse inconsciamente provando a creare una maschera per se stessa che contenesse le sue insopportabili angosce.

Eppure sappiamo che la creatività non può nascere a comando o essere forzata; la deve ricevere e accogliere un Io forte che abbia una connessione vitale con il Sé e una funzione sentimento ben integrata. Claire aveva bisogna di una Persona che si addicesse di più a lei – una più integrata con il suo Sé più profondo.

Controtransfert somatico

Questo è stato per me un caso molto complicato a causa di un controtransfert somatico che si manifestava come un leggero ronzio nella mia testa che mi intorpidiva la mente. Sembrava un “rumore bianco” che si insinuava nella mia mente ogni volta che ero in seduta con Claire. La sensazione era quella del suono “sshhhhh”. Avvolta dal “rumore bianco”, non riuscivo a definire le sensazioni che io stessa provavo rispetto al mio corpo o alle mie emozioni. Era difficile trovare le parole, come se mi avessero privato della capacità di pensare. Solo molto più tardi riuscii a capire che il “rumore bianco” era una risonanza nel mio corpo dell’ansia e della profonda dissociazione di Claire nel campo relazionale.

Nel momento in cui io avrei potuto parlare, Claire mi parlava sopra, con insistenza – come se ci fosse una questione di vita o di morte che dovevo ascoltare[2]. Il suo muro di parole mascherava il grido interiore del trauma che riecheggiava in lei (McDougall, 1993). Potevo percepire il suo pressante desiderio di contenimento e rispecchiamento, e potevo anche osservarlo simbolicamente nelle sue sabbie, ma mi sentivo alquanto incapace di sostenere questo bisogno.

Passai molti mesi tentando di scacciare via dalla mia mente il “rumore bianco”, invano. Alla fine, mi arresi semplicemente al “rumore bianco”. Potevo solo lasciarlo fare, studiarlo dall’interno, e provare a capirne il significato. Paradossalmente, il rumore bianco cessò quasi completamente quando Claire andò alla sabbiera.

Il percorso con il Sandplay

In sei anni di terapia, una volta a settimana, Claire produsse ventiquattro sabbie. Dodici di essi contenevano maschere. Toccava di rado la sabbia, utilizzandola com’era[3].

Piuttosto spesso nell’angolo in alto a destra, dove io ero seduta, comparivano simboli significativi, o le energie si muovevano verso quel punto. Nel caso di Claire potremmo forse chiamare questo punto “angolo transferale”. Comparivano anche molte figure appaiate nelle sue sabbie, il che suggerisce l’importanza del “noi due”, insieme, in questo lavoro.

Le prime sabbie: la costruzione del legame (Sabbie 1-6)

Le prime sabbie di Claire sembravano asciutti e statici, con la presenza di figure sconnesse tra loro sparse qua e là. Tutto questo è tipico del Campo Uno. Spesso in queste sabbie la metà inferiore è vuota, come a esprimere il vuoto della dissociazione. Tuttavia, man mano che Claire creava un legame con me, nell’“angolo transferale” accadevano molte cose. Per essere sintetica, vi racconterò qui solo parte del suo percorso. Aggiungo il mio vissuto controtransferale, che è stato piuttosto profondo, ed esperienze di certo non insolite quando si lavora con le angosce primarie nel campo “persona-restoring”, o Campo Uno.

Una settimana dopo l’altra sopportavo il “rumore bianco” nel mio controtransfert somatico. Dopo la quinta sabbia di Claire, emerse nella mia rêverie una poesia, che ricordavo in parte erroneamente: “I bambini giocano sulla riva di spiagge infinite”. Non appena fui colpita da questo pensiero, il “rumore bianco” nella mia mente cambiò qualitativamente e divenne più simile al suono dell’oceano, a quel continuo sciabordio del mare sulla battigia, all’alternarsi delle maree, il suono di uno spazio transizionale. Mi sembrava che qualcosa si stesse muovendo e questo mi faceva sentire un po’ meno tesa, quasi sollevata.

Sapevo che questo verso era tratto da una delle poesie preferite di Winnicott (scritta da Tagore), ma l’avevo ricordato con qualche errore. Il verso è, in realtà: “I bambini giocano sulla riva di mondi infiniti”. Molto tempo dopo mi resi conto che l’enfasi sulle rive, i confini (“sulle rive di mondi infiniti”) – emersa da un inconscio condiviso – aveva un suo significato. Mi aveva suggerito il collegamento con la posizione contiguo-autistica (Ogden, 1994), un modo per contenere l’angoscia primaria che ha a che vedere con i confini corporei e il bisogno di sentire concretamente un contenimento psicologico e l’integrità del Sé corporeo. Nelle frammentate sabbie successive, in cui erano presenti parti del corpo e difese come il “muro di parole”, possiamo vedere come nella psiche di Claire fossere presenti i sintomi di un danneggiamento precoce in quest’area primaria.

Le sabbie intermedie: l’inizio della comparsa di un centro (Sabbie 6-17)

A metà strada lungo il percorso di sabbie di Claire, iniziò a comparire un centro, insieme a più coppie e più maschere. Dopo la dodicesima sabbia di Claire, accadde qualcosa di straordinario nel mio controtransfert:

Una sera in cui Claire decise di non fare la sabbia, mentre ero seduta insieme a lei e la mia mente era occupata dal “rumore bianco”, provai nel mio corpo, attraverso il co-transfert, qualcosa di strano, e tuttavia di eccezionale. Provai un’intensa sensazione corporea, come se il mio seno si fosse completamente riempito di latte. Era come se il mio stesso neonato affamato stesse piangendo per attirare la mia attenzione, e il mio latte stesse “uscendo” per nutrirlo. Questa esperienza era stata per me talmente reale da lasciarmi piuttosto scossa. Il disperato bisogno di Claire di essere nutrita e confortata mi era stato riversato nel corpo, e quando l’inconscio arrivò a toccare la coscienza, le emozioni fluirono dentro di me. Fui scioccata nel momento in cui mi resi conto del fatto che ero stata aiutata a sentire nel mio corpo la profondità del suo bisogno, e dopo questo episodio il “rumore bianco” diminuì in maniera consistente.

Nella sabbia successiva, al centro della sabbiera, comparve un’immagine del suo bisogno profondo: una maschera vorace, dalle fauci terrificanti, spalancate come in un grido, una maschera attraverso cui il suo terrore era tangibile. È necessario ricordare che la maschera ci sostiene nei “salti” di consapevolezza e ci aiuta a tenere insieme opposti inconciliabili (Nunley&McCarty, 1999), come la Persona esterna di Claire, quella parte in relazione con il mondo, e la realtà interiore del suo trauma. Il simbolo della maschera aveva anche permesso a Claire di “morire” in stati precoci, preverbali, e di sopportare ciò che era stato davvero insopportabile.

Poi, nella sua quattordicesima sabbia, era come se fossimo entrate dentro quelle fauci, per vedere la maschera della morte – una tsantsa, [una testa umana rimpicciolita, preparata in maniera particolare e usata a scopo rituale, N.d.T.] su un fiume azzurro. Credo che questo sia il simbolo di Kali, la madre terribile, e il fiume della morte. Claire aveva disteso del tessuto blu e una rete nera, come per riprodurre un velo (un altro tipo di maschera) per il suo lutto.

La sua quindicesima sabbia conteneva molte parti del corpo, una maschera di un neonato e molte “zattere di salvataggio”. Questa è, probabilmente, un’immagine del momento devastante del trauma, quando la psiche va in pezzi. Ciò che rimane è un albero bruciato e appassito, e seduta sotto di esso una bambina attonita. Possiamo ricordare come, per un bambino, l’abbandono in momenti cruciali dello sviluppo sia vissuto come una sofferenza arcaica e inconcepibile (Kalsched, 1996).

Subito dopo questa sabbia ci fu un altro momento trasformativo. Claire mi descrisse la sua intensa ansia in maniera molto consapevole, mi disse: “Lo sento! Lo sento fisicamente! E’ come se avessi le farfalle nello stomaco, come un alveare nella mia testa. È uno sciame che vola intorno a me e non posso letteralmente vedere o sentire nulla. Posso a malapena parlare; la mia intera consapevolezza è cambiata”. E con questa affermazione, Claire, attraverso l’immagine materna dell’alveare, rivendicò come sua, con maggiore consapevolezza, quella sensazione di insopportabile angoscia che si era manifestata attraverso il “rumore bianco”, e che fino a quel momento era stata mia. Ero stupefatta e sollevata, e a seguito di tutto questo il “rumore bianco” diminuì ancora di più.

E poi, nella sedicesima sabbia di Claire, come Afrodite che emerge dalle acque, il Femminile creativo entrò in un cerchio di pietre blu e portò con sé un’immagine di pace e abbondanza. Claire aveva piegato una morbida copertina di feltro azzurra, dello stesso colore del fiume della morte, e l’aveva posta al di sotto di una capasanta [o conchiglia di San Giacomo, N.d.T.]. Al di sopra sedeva una dea vestita di bianco con cesti di frutta.

Nella sua diciassettesima sabbia, nel momento in cui Claire si riuscì a connettersi al suo Sé, comparve al centro della sabbiera una maschera antica, dall’aspetto sciamanico. Era una maschera di pietra pomice, molto leggera, quasi eterea, ma fatta di lava vulcanica che proviene dalle profondità della terra. La circondava lo stesso temenos di perle di vetro blu. Intorno al centro c’erano cinque figure femminili, alternate a quattro piccoli ponti. Si avventuravano in una terra popolata da piccoli mostri, ragni nascosti in agguato, e serpenti minacciosi. Grazie alla protezione della maschera e al potere del Femminile, il suo Sé traumatizzato acquisì una nuova forza e nuove strade per confrontarsi con il trauma. La maschera evidenzia solennemente questo momento di profonda trasformazione, un momento di grande stupore.

Le ultime sabbie: un gioco di luci e ombre. La discesa e il ritorno (Sabbie 18-24)

Dopo che la maschera annunciò la costellazione del Sé, intense immagini di abuso comparvero nelle sabbie di Claire, nel momento in cui cominciò a integrare il trauma successivo. La maschera tornò per aiutarla ad affrontare i suoi inconciliabili opposti, la sua innocenza e il tradimento.

Nella ventunesima sabbia, al centro della sabbiera comparve la commovente immagine dell’unità Madre-Bambino in una rete nera – un altro velo nero di lutto. Questo tipo di maschera identifica, protegge e nasconde colei che porta il lutto, nel momento in cui si arrende a ciò che è.

Nell’ultima sabbia di Claire, maschere personali e transpersonali si incontrarono in un reciproco prezioso sguardo. Figure protettive guardavano una minuscola bambina, mentre nell’angolo in basso a sinistra – il punto più inconscio nella sabbiera – una grande maschera dorata, numinosa, la osservava. Sembrava rappresentare il Sé, ora costellato, e sempre presente nel suo inconscio.

La fine della terapia

Poco tempo dopo questa sabbia, Claire se ne andò, e la terapia finì. Anche se il suo percorso non era ancora totalmente completato, era più tranquilla di quanto l’avessi mai vista, e le nostre conversazioni erano piuttosto diverse. La mia esperienza di controtransfert, il “rumore bianco”, era svanito completamente.

Perciò possiamo dire di aver trovato la cura alle angosce primarie di Claire nel campo “persona-restoring”. Le sue angosce erano state trasformate, e la sua Persona, risanata, era ora più flessibile e integrata con la sua anima. Stava vivendo la sua vita creativamente, senza essere ossessiva rispetto al suo bisogno di essere una “artista vera”.

Questo lavoro avvenne nel “Campo Uno”, il campo dell’unità originaria e della fusione, in cui noi terapeuti accogliamo le esperienze insopportabili dei nostri pazienti e attraverso la nostra rêverie le metabolizziamo. Il simbolo della maschera fornisce protezione e sicurezza per affrontare questo processo, quasi fosse un potere transpersonale.

Conclusioni

La maschera è un simbolo potente, numinoso, trasformativo. Ancora oggi ci aiuta per la nostra sopravvivenza psicologica. Nel Sandplay, il simbolo della maschera può comparire all’inizio di una discesa, annunciando un viaggio trasformativo. Oppure può comparire in momenti di profonda trasformazione, manifestando la funzione trascendente.

A partire dalla maschera dello sciamano degli antichi dipinti rupestri nelle grotte, per arrivare a immagini più contemporanee, l’impatto psicologico della maschera è il medesimo: fa da mediatore tra chi la indossa e il mondo, creando un ponte tra interno ed esterno. Protegge e trasforma se stessi e l’altro attraverso rituali di trasformazione. Ci difende dalla vergogna e ci permette di superare situazioni pericolose. Danzare la maschera significa connettersi maggiormente al corpo e all’anima, divenire uomini in maniera più completa, e allo stesso tempo essere più aperti al trascendente. Infine, la maschera ci permette di arrenderci con maggior sicurezza allo Stupore.

Bibliografia

Cunningham, L. (2013), Sandplay and the Clinical Relationship. Sempervirens Press, San Francisco, CA.

Cunningham, L. (2006), ““Resistance” in Sandplay: Inherent Qualities of Presymbolic Relational Fields”. In Journal of Sandplay Therapy, Volume XV, Number 1.

Cunningham, L. (2005), Relational Sandplay Therapy. Mustard Seed Press, San Francisco, CA.

Cunningham, L. (2004), “Relational Fields in Sandplay Therapy”. In Journal of Sandplay Therapy, Volume XIII, Number 1.

Cunningham, L. (2003), Countertransference in Sandplay: A Symbolic/ Clinical Approach. UMI Dissertations. California Institute of Integral Studies, San Francisco, CA.

Eliade, M. (1964), Shamanism. Princeton University Press, Princeton.

Eastwood, P. S. (2002), Nine Windows to Wholeness :Exploring Numbers in Sandplay Therapy.

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Goodheart, W. (1980), “Theory of Analytic Interaction”. In San Francisco Jung Institute Library Journal, 1(4), 2-39.

Hopcke, R. (1995), Persona: Where Sacred Meets Profane. Shambhala Publications Inc., Boston.

Kalsched, D. (1996), The Inner World of Trauma: Archetypal Defenses of the Personal Spirit.

Routledge, London.

McDougall, J. (1993), “Primitive Communication and the Use of Countertransference”. In Epstein, L., Feiner, A. (Eds.), Countertransference: The Therapist’s Contribution to the Therapeutic Situation, pp .267-303. Jason Aronson, Northvale, NJ.

Napier, A. (1986), Masks, Transformation, and Paradox. University of California Press Ltd., Berkeley.

Nunley, J. W., McCarty, C. (1999), Masks: Faces of Culture. Harry N. Abrams Incorporated, New York.

Ogden, T. (1994), Subjects of Analysis Jason Aronson, Northvale, NJ.

[1] Nella posizione contiguo-autistica – una modalità normale ma molto arcaica di gestione dell’ansia – toccarsi il viso o i capelli è un modo per cercare di auto-calmarsi, sentirsi rassicurati e confortati dai confini del Sé corporeo, nel momento in cui si ha un’inconscia paura di dissolvimento, di andare alla deriva, o in generale di non sentirsi contenuti (Ogden, 1994).

[2] Mi sollevò scoprire che Beatrice Beebe, molti anni fa, definì questa situazione come un’assenza della “pausa tra i turni”, una pausa che avviene naturalmente mentre una persona parla, che segnala all’altro che è il suo turno per parlare. Questo ritmo di botta e risposta è acquisito nella diade madre-neonato grazie a un caregiver sintonizzato con il neonato stesso, e diventa successivamente un naturale ritmo reciproco durante una conversazione. L’assenza della pausa tra un turno di parola e l’altro può essere indice di un disturbo dell’attaccamento.

[3] La sabbia può rappresentare simbolicamente il corpo della madre, eppure Claire toccava raramente la sabbia. Non “lavorava dentro il corpo della madre” con questa modalità, ma piuttosto attraverso il mio controtransfert somatico. Quando l’unità madre-bambino non si è ancora costituita saldamente, si può avere paura di scavare più a fondo nella sabbia, di connettersi all’ignoto nell’inconscio materno.

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